«Avevo provato molte volte a spiegare (…spiegarmi?) perché Moby Dick fosse il libro della mia vita, quello che restava sempre sul comodino, da aprire al bisogno.
Ma non riuscivo mai a dire tutto quello che ci vedevo dentro.
Magari non ci sarei riuscito nemmeno stavolta, ma valeva la pena provarci.
Anche solo per vedere se poi era vero veramente.»
Ismaele, ovvero Del Non Affondare.
La fuga dalla depressione, dalla voglia di violenza o forse, chissà, di suicidio.
L’andar per mare è “Il mio surrogato della pistola e della pallottola”, racconta, poche righe dopo una delle presentazioni più memorabili della letteratura.
Ismaele lo pseudonimo: “chiamatemi”, non “mi chiamo”.
Ismaele biblico esule, il Viandante, messo in viaggio dal viaggio stesso.
Ismaele il filtro, lo specchio attraverso cui si dispiegheranno gli eventi.
Non affondare, quindi, cercare la via per uscire dal proprio buio autodistruttivo.
Questa voglia di morte che si fa propulsione, che diviene causa del mettersi in viaggio, e che si fa materia concreta alla fine di esso in forma di bara; unico legno ancora galleggiante di una nave affondata, solo appiglio vitale nel piatto silenzio del “dopo”, la bara si fa zattera per Ismaele.
E non è una bara qualsiasi.
Queequeg, ovvero Dello Scegliersi Amici
Nella puritana civiltà americana della costa Est del primo ‘800, se ne va a spasso un polinesiano cannibale interamente tatuato che vende teste umane imbalsamate.
Solo che fa il ramponiere, e lo fa dannatamente bene, tanto bene che pelle, tatuaggi, dieta e mercanzia possono passare serenamente in secondo piano.
Passarci serenamente la notte, però, è un’altra cosa.
Soprattutto se non sapevi “cosa” ti saresti trovato nel letto.
Eppure, già dal mattino è chiaramente sintonia assoluta.
Comprensione profonda, silenzi condivisi in spazi stretti, il denaro messo tutto insieme come capitale comune; e la consapevolezza che sia “meglio dormire con un cannibale sobrio che con un cristiano ubriaco”.
Eri figlio di Re, ma non ci stavi dentro e hai voluto andar per mare a vedere il mondo.
Sarà per questo che vi siete capiti forse: tutti e due fuggiti per cambiarvi il destino.
Cambieranno eccome i vostri destini, anzi diventeranno uno solo.
Una nave, che deve scegliere Ismaele per entrambi.
Una sorte, un viaggio, una bara, un sopravvissuto.
Avevi voluto una bara perché ti sentivi morente, e morirai infatti. Ma non lì dentro e non da solo.
Da solo, e vivo, lì dentro resterà Ismaele.
Come a rinascere da un utero che è un testamento.
La vera amicizia è un lascito.
Achab, ovvero Del Carisma Dell’Ossessione.
Li trascina tutti nell’Abisso della sua vendetta, toccando per ciascuno l’interruttore giusto.
Inchioda il doblone, “un’oncia d’oro spagnola”, all’albero maestro; promessa al primo che l’avvisterà, brilla nel sole e abbaglia perplessità e dubbi.
Fa tintinnare la gloria del trofeo nelle teste dei ramponieri, unici che già conoscono La Balena e la sua storia, abbastanza da lasciarsi irretire dal sogno di abbatterla, non abbastanza da non cedere alle lusinghe di “Vecchio Tuono”.
I fuochi di Sant’Elmo che lui stesso ha evocato si scaricano sul Pequod e sulle anime dei superstiziosi.
E ci vanno tutti dentro, all’Abisso di Achab. Cantando e brindando, “la misura grande di grog!”, gli occhi venati di furia… “Morte a Moby Dick!”.
O meglio, quasi tutti.
Starbuck e il suo senso del dovere, Starbuck e l’impensabile idea dell’ammutinamento.
È il Primo Ufficiale e farà eseguire gli ordini, anche se quegli ordini lo ripugnano, anche se li pensa blasfemi, anche se vede, sente, odora la follia… “Non parlarmi di blasfemia, uomo; colpirei il sole se mi insultasse!”
Lo farà perché non è nella sua natura poter pensare di non farlo.
Il dovere e la catena di comando, ecco l’interruttore giusto.
E Lui lo sa.
Elia, ovvero Della Mia Vocina Inascoltata.
Compare inatteso dietro ad Ismaele e Queequeg, una frase secca e sibilante, immediatamente ridicola e sconnessa nell’inglese originale:
“Shipmates, have ye shipped in that ship?”
“Compagni, vi siete imbarcati su quella nave?”
Da lì il dialogo si fa surreale e pur profetico, vago e ficcante ad un tempo.
Quel flusso di coscienza che vi prende la notte o la mattina molto presto, avete presente?
Quella Vocina che vi spara addosso illuminazioni e assurdità, intuizioni e nonsense.
Si mescolano come un caffellatte in cui non si capisce più cosa sia cosa, o se sia mai stato, o certo erano solo impressioni, sogni, chimere, però sembrava che ci fosse anche…
Ecco Elia. Arriva silenzioso alle tue spalle, farnetica percorsi apparentemente folli e poi scocca il pensiero fulminante che ti lascia del tutto spiazzato; ma in mezzo a un tale delirio di assurdità che… dai, alziamoci, laviamoci la faccia con l’acqua fredda e mandiamolo al diavolo.
Però… poi accade che durante la giornata prendano forma le ombre evocate da Elia, dalla mia Vocina.
Ed è sempre molto, molto difficile riuscire a far mente locale nell’istante contingente, ricordare.
E così la Vocina resta inascoltata, di nuovo.
Il prezzo da pagare sarà meno pesante di quello del Pequod?
Moby Dick, ovvero Del Bisogno Di Senso.
“È Moby Dick che avete visto!”
Serve darle un nome, che divenga coscienza e identità da personificare e responsabilizzare.
E quindi poter odiare.
“Tutti gli oggetti visibili, uomo, non sono che maschere di cartone. […] Se un uomo vuole colpire, deve colpire attraverso la maschera.”
Quella di Achab è una metafisica della vendetta.
Odio cieco e assoluto per l’entità nascosta e incarnata nella sua maschera, la Balena Bianca.
Eppure, a me della Balena resta addosso ben altro.
L’odio dell’impotenza di fronte ad una natura che procede di necessità insondabile; un pensiero angosciante per l’uomo che in questo modo perde il suo senso di individuo.
Inaccettabile che il mio dolore non abbia un volto, un responsabile senziente, un nome.
Perché inaccettabile è il pensiero che il viaggio sia fine a sé stesso e non vi sia un disegno, che gli eventi si dipanino in modo del tutto indifferente alle gioie e alle sofferenze di un singolo.
Se nel profondo si accende l’angoscia della mancanza di uno scopo finale, allora lo scopo va creato, costruito, coltivato.
La vendetta diventa il fine, il senso stesso dell’esistenza.
Tanto da non chiedersi mai se ci sarà un “dopo”.
Vi siete mai chiesti infatti cosa sarebbe successo ad Achab se alla fine l’avesse presa, quella sua stramaledetta Balena Bianca? O quali siano i suoi piani dopo averla finalmente massacrata e smembrata?
Non lo sappiamo. Non solo perché non accadrà, ma perché nemmeno se ne parla mai.
Mai sentiremo Achab raccontare il futuro possibile dopo aver abbattuto la sua nemesi. Mai lo vedremo immaginarsi rientrare a Nantucket in trionfo, la grande testa bianca appesa fuori dalla murata.
Semplicemente il dopo non esiste.
È un odio imperituro, che fissa gli eventi in un eterno presente e che non immagina nulla che non contenga sé stesso.
La sua identità è ormai tutta dentro questa vendetta che, in un modo o nell’altro, dovrà consumarlo.
Achab non può vincere.

