Non sapevo nulla di Tresigallo. Ok, non è grave, direte voi.
Eppure non aver mai avuto contezza dell’esistenza di questa cittadina, a posteriori, mi è sembrata una colpa.
Perché adesso so che è una di quelle situazioni che hanno un prima e un dopo.
Intendo prima e dopo esserci stati, perché invece il durante è un’altra storia. Mentre stavo lì dentro (sì, è un “dentro”), il mio “quando” non era chiarissimo.
Non tanto per le architetture razionaliste in sé, sono cresciuto al Lido di Venezia e quindi le testate ricurve degli edifici dai colori pastello, le colonne quadrate e le finestre composte di rettangoli sono un po’ casa mia.
Nemmeno per le arcate di quel “De Chirico” concreto in cui mi sono trovato quando ho parcheggiato Logan in mezzo a Piazza Italia.
Per queste cose bastano le foto e i video online.
È stato un “complesso di cose” (cit.) che ha trasformato 2 ore di esistenza in una sorta di sogno inquietante, mancavano solo Badalamenti a fare le musiche e l’adesivo “Directed by DAVID LYNCH”.

9 del mattino di un sabato di giugno. Già molto caldo. Entrando in paese, zero traffico.
Tutti i veicoli che incrocio deviano prima, svoltano per andare altrove.
In pratica, ora sono l’unica entità a muoversi.
Punto dritto per l’edificio “Sogni”, il più famoso del paese. Con la mia proverbiale fortuna, è impacchettato di impalcature per un restauro.
Mi consolo con l’adiacente Casa della Cultura, ci piazzo Logan davanti e faccio una foto.

Tresigallo - Casa della Cultura
“Casa della Cultura” – Tresigallo

Non passa nessuno. Sono in mezzo alla strada, con la moto ferma e accesa (avete presente il rumorino?) e non succede NIENTE.
Spengo, scendo, scatto.
Poi riparto e scendo per Viale Roma. Deserto.
Una strada principale di paese, 350 metri a due corsie normalissime. Però è “Viale”, e in effetti ha un’anima che pare sentirsi un Gran Viale Metropolitano. O che pensa di esserlo stato.
Continua a non esserci nessuno.
 Il rombo sordo di Logan rimbalza sugli edifici ma lo sento solo io (?).
Arrivo in fondo a Viale Roma e sulla destra si apre Piazza Italia.
C’è un parcheggio per moto, centrale, deserto. Ci piazzo Logan, scendo, mollo il casco e mi guardo intorno.

Finalmente, un rumore. Un cigolio cinguettante, che si avvicina.
Da non so bene dove spunta una bicicletta con sopra una donna, di età indefinibile 40/80, un’enorme gonna azzurro chiaro, foulard in testa, occhialoni da sole e cuffie.
Dalle quali deduco esca la musica che lei sta cantando a squarciagola. Fuori dalle sue cuffie si sente solo la sua voce ritmata dal cigolio regolare della catena.
“sgnek… che fretta c’eraaa… sgnek… maledetta primaveraaaa…”
Nel silenzio più assoluto e assolato, questa è la prima apparizione umana.
Tipo Lynch+Fellini+Sorrentino + IVA e scatto alla risposta.

Come se questa comparsa avesse fatto un taglio di montaggio, il Bar Centrale che sta nell’angolo tra Viale Roma e la piazza ora è popolato di 3 o 4 anziani del paese che prendono il caffè all’aperto. E che non mi guardano.
Non è che a me piaccia essere guardato dagli anziani dei bar di provincia, ho molte perversioni, davvero, ma questa no.
Solo che di solito, in un paese deserto di provincia uno con un’Harley che spacca i timpani vestito di nero con un gilé di pelle se non diventa un aneddoto da raccontare per settimane quantomeno due sguardi che sottendono un vaffa se li prende. Invece no, io sembro non esistere.
Almeno ora c’è vita, penso.
Anche se ancora non ho capito come sono comparsi, tra l’adesso e il prima di Ugola Azzurra non sono passati più di 15/20 secondi. Boh.

Mi allontano da Logan e mi incammino verso Piazza Repubblica, famosa per la forma a scudo e la fontana nel mezzo.
Anche qui, nessuno.
Anzi no, finalmente da uno dei due bar della piazza esce qualcuno del personale a sistemare tavoli.
Che mi guarda, un po’ perplesso. Respiro di sollievo. Andrei quasi ad abbracciarlo. Ora esisto, mi vedono.
D’istinto torno indietro, a passo svelto, verso il parcheggio.
Perché la cesura è stata talmente netta, che mi viene da pensare di essermi spostato in più dimensioni, non solo dei 200 metri che ho fatto a piedi.
Sono quasi certo di non trovare più la moto, che ho parcheggiato in un altroquando dimensionale che ricurva ed inghiotte lo spazio-tempo.
Logan c’è. I vecchi al bar pure. Ugola Azzurra ripassa, con lo stesso cigolio su un altro repertorio.
Vado al bar dei vecchi. Meglio bere un caffè.

È un paese largo 400 metri.
Eppure io resto a vagare per Tresigallo per un’altra ora e mezza.
Quando sarebbe tempo di provare ad uscirne, mi sento addosso che non sarà semplice.
Salgo in moto, accendo, ingrano, parto.
Potrei uscire dalla piazza andando verso sud, poi girare a sinistra su Via del Mare e dirigermi verso la tappa prevista per pranzo a Gherardi.
Lo faccio. E quando esco dal trapezio di strade del centro verso est, una piccola bolla di angoscia mi prende la gola.
Il portale del Campo Sportivo è ancora nello specchietto, sempre più piccolo, e io non riesco a smettere di guardarci dentro.
La bolla si gonfia, lentamente, mano a mano che mi allontano.
Uscendo dal paese c’è un punto esatto in cui sento uno strappo, un viraggio di colore, peso dell’aria, odore del tempo.
Una normalità schiacciante, quasi insopportabile.
Faccio poco più di un chilometro in apnea emotiva, poi svolto a U e torno indietro.
È successo qualcosa.
Certo, la chiamano “La Città Metafisica”, e io pensavo fosse solo un discorso di architettura, prospettive, festival di filosofia…
Invece l’altroquando ti assorbe, ti avviluppa, ti fa suo e tu diventi come l’omino di un grande plastico sulla sua piccola moto.
Diventi il pezzo di qualcosa di più, che quando ne esci ti manca e tu manchi a lui.
Ti richiama, ti rivuole indietro, perché hai lasciato una formina vuota.

Ci ho messo un’altra ora buona ad uscire dal paese di Tresigallo, e con fatica immane.
Scrivo queste righe ormai quasi tre mesi dopo, e scrivendole sono ancora lì, nel punto in cui la bolla si allunga senza rompersi e ti lascia passare.
Vorrei tornarci in autunno. Per la nebbia, e per sentire se Ugola Azzurra con le stagioni cambia canzoni.

P.S. Questo è solo il racconto di un’esperienza del tutto personale. Tresigallo è un posto magnifico e non c’è nulla, in queste righe, che voglia denigrarlo o denigrare la sua comunità. Anzi: andateci.