Ti abbiamo trovato a marzo del ’25, in mezzo alla pianura ravennate, tra vacche e rettilinei.
Due giorni prima avevo provato un altro Sporty Custom 1200, stesso anno, più accessori, apparentemente più bello di te.
Vicino a casa, comodo, da un venditore senza sbatti di far carte e casini.
Ci ero salito, avevo fatto un giro di prova, e niente. Non era cosa.
Se non scatta non scatta… non era lui.
Quel sabato mattina in mezzo alla campagna di Alfonsine, invece… CLICK.
Eri un po’ trascurato, diciamocelo. La leva della frizione ballava un po’, le gomme erano prossime a diventare marmo…
Eri tutto di serie, che se da un lato è un bene perché permette di crearsi la moto su di sé, dall’altro è indice di un mezzo non vissuto, non vestito. Forse non amato.
Eppure.
Mezzo chilometro di rettilineo, una mezza curva, una svolta a U, e il sorriso che mi si è piantato in faccia non ha lasciato spazio a dubbi quando ti ho riportato nell’aia dove avevi abitato fino a quel momento.
Enrica ha capito che la ricerca era già finita, che il ferro americano che aveva voluto per me era già lì, davanti a noi. Con noi.

Volevo uno Sportster Custom 1200 degli anni ’10 perché è basso e grasso.
Con la ruota davanti larga, spessa, arrogante. Pronta per le gomme bianche. Che infatti sono arrivate in meno di un mese.
Da lì, chilometri e modifiche. Un pezzo alla volta.
Prima il necessario, per risistemare le cosette che erano state trascurate.
E poi il lavoro vero, per farti diventare ciò che eri (semi-citazione perché Fritz salta sempre fuori).

Gomme a fascia bianca, manopole cromate, sella Mustang borchiata, fianchi e copricinghia cromati, sissy bar, filtro, centralina… e la chicca della mia foto di Sinatra fatta in New Jersey sul carter della frizione.
Perché quando si hanno gli amici giusti, arrivano regali che stupiscono.

Il garage, da antro pluridecennale mai usato popolato da ragni, polvere e foglie, piano piano è diventato la tua tana.
Con fatica e quel poco di manualità che natura mi ha concesso.
In un anno e mezzo ci siamo fatti 15.000 km. Più di quanti ne abbia fatti in auto.
Ci siamo presi 42 gradi al sole di luglio e siamo andati al mare a novembre che tremavano i denti dal freddo; abbiamo preso acqua e grandine in mezzo agli Appennini, abbiamo scoperto insieme posti magici tipo Tresigallo (vedi traccia qui >).
Molto spesso siamo semplicemente andati da casa al lavoro e ritorno; a volte sono i giorni migliori, quelli semplici, il quotidiano con qualcosa in più.
Sei un compagno, sempre accanto, anche quando resti in garage.
So che sei lì, so che ci siamo.
Sei un mezzo, non nel senso di trasporto ma di tramite; un passaporto per un mondo che esiste solo quando siamo insieme su una strada, qualsiasi strada.
E a volte sei un fine, uno scopo, un “perché” che crea dei “come”: trovare una meta più in là, per stare ancora dieci minuti insieme.









